Perche’ perche’ la domenica non porti pure me!

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Ultimamente mi lamento troppo. Mi lamento del lavoro. Mi lamento della citta’. Mi lamento dei turisti. Mi lamento del meteo. Mi lamento dell’America in generale. A mia difesa il lavoro e’ stato particolarmente pressante, la citta’ e’ sporca e caotica, i turisti camminano lentamente, il meteo e’ stato orribile (12 gradi al sole il 23 settembre non sono accettabili), e l’America, be’ e’ l’America (chi ci vive lo sa, agli altri lascio l’illusione perche’ in fondo e’ bello così). Oltretutto ci sono pochi giorni di ferie, e quei pochi giorni sono difficili da prendere. Ma adesso non mi sto lamentando, sto solo dicendo.

Poi, dopo essermi lamentata esco e incontro altri Italiani (si, perche’ ti ritrovi ad un certo punto circondato da Italiani, non e’ un caso, il meccanismo di funzionamento della psiche umana e’ affascinante). E tutti la pensano allo stesso modo. Di nuovo, non si stanno lamentando, stanno solo dicendo. Che i ritmi lavorativi sono bizzarri (per mancanza di un termine piu’ appropriato), che i topi che camminano insieme a te sul marciapiede in pieno centro in pieno giorno in Italia chi li ha mai visti, che ci sono troppi turisti Italiani (e va be’), che il meteo in Italia e’ tutta un’altra cosa (ok, quelli non di Milano – anche i milanesi lo dicono, ma intendono che lì e’ molto peggio), che “ma come si fa a vivere in America”, che il vino non e’ come in Italia, che l’oceano “non sara’ mica mare”, che il caffe’ e’ imbevibile (come siano in grado di preparare un caffe’ orribile in un ristorante con la stessa macchina che si usa in Italia per me restera’ sempre un mistero), che non si cena alle 6, che e’ un crimine contro natura alzarsi alle 5 per andare a correre, che nessun ristorante in Italia chiude alle 10, che gli appartamenti sono piccoli e non sono rifiniti bene come in Italia, che i vestiti e le scarpe semplicemente non sono della stessa qualita’. E dicono che vogliono tornare in Italia, perche’ lì e’ tutto diverso, e poi e’ casa. Tutti – o meglio, tutti passati i primi due anni. Qualcuno ci torna veramente. Tutti giurano che lo faranno. Io giuro che lo faro’. E lo fanno quasi tutti alla fine.

Perche’ parlare con la mamma per telefono, anche se tutti i giorni, non e’ la stessa cosa. Perche’ il pranzo della domenica e’ il pranzo della domenica. Perche’ qui devi prendere l’aereo per andare a sciare e, dai, e’ scomodo. Perche’ qui non c’e’ la Sardegna e non c’e’ neanche Easyjet.

Certo poi in Italia non c’e’ New York, le luci, lo skyline, la baia, Duane Reade aperto tutta la notte (non che uno vada a fare la spesa di notte, ma e’ in qualche modo rassicurante sapere di poterlo fare, nel caso). Ma questa e’ un’altra storia e il punto e’ un altro. E cioe’ che ci si lamenta perche’ mancano le piccole cose. Ma e’ positivo, se ti mancano vuol dire che hai finito per apprezzarle. Ed e’ confortante sapere che anche agli altri manca quello che manca a te. E’ tradizione, cultura, radici, ed e’ bello che ci siano. Ed e’ bello che qualcuno ti faccia alzare presto la domenica mattina per vedere il derby (il fuso orario – e con 6 ore mi e’ andata anche bene). E non importa la squadra, perche’ quando la palla entra in porta NY non e’ lì fuori dalla finestra, c’e’ solo la partita, un sorriso, il profumo del caffe’ e ti senti per un attimo a casa.

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Riflessione dolceamara in una giornata di pioggia

The Power of Good-Bye, cantava Madonna. Chi ha viaggiato lo sa, chi ha vissuto fuori anche solo per un po’. Fuori dalla tua realta’, fuori dall’insieme delle tue abitudini, luoghi, persone, oggetti, affetti, che ti fanno sentire al sicuro. Quando esci cambia tutto, cambia la prospettiva, cambiano i luoghi, le persone, e cambi tu. All’inizio succede che sei da sola, i tuoi riferimenti non ci sono piu’, ci sei solo tu. Poi piano piano ti crei nuove abitudini, ti affezioni a nuovi luoghi, oggetti, entrano nella tua vita nuove persone. Nuovi riferimenti. Perche’ diciamocelo, l’uomo e’ un animale abitudinario, di queste cose ne ha bisogno, e quando non ce le ha, se le crea. E ogni sensazione e’ amplificata, ogni rapporto piu’ vicino, ogni sentimento piu’ forte, ogni luogo e’ vissuto veramente.

Poi inevitabilmente arriva quel momento. Ci sono passati tutti quelli che sono “fuori”. Arriva il momento in cui qualcuno va via. Un buco nel cielo di carta, e non e’ piu’ come prima (lo so, lame). Tutto cambia di nuovo e arriva come un temporale, anche se eri preparato. E la verita’ e’ che non sei mai preparato, sapevi che sarebbe successo, ma preparato no, non lo eri. Le prime volte e’ davvero difficile, perche’ in quelle nuove abitudini ti ci eri rifugiato, quelle nuove persone erano i tuoi riferimenti e sapevi che erano lì (non che te ne rendessi conto al momento, eh). E il problema e’ che questa volta non sei te quella che e’ andata via, tu rimani lì, con i luoghi, e i ricordi. E non si torna indietro. E la verita’ e’, ben inteso, che se si potesse tornare indietro, non sarebbe comunque come prima, infatti tu – nevrotica inguaribile romantica, nostalgia canaglia – hai idealizzato l’intero legame. Ma tant’e’.

A questo punto va precisato, ci sono due categorie di persone che vivono “fuori”. Quelli come me, che ogni volta e’ una botta, e quelli che si lasciano scivolare tutto addosso. Che poi, chissa’ se e’ vero. Parlavo con un amico l’altra sera, diceva che col tempo “ha imparato” a lasciarsi scivolare tutto addosso, ma io non so se voglio imparare. E poi un po’ di drama – come dicono in America – ci vuole ogni tanto; intrattiene e, di fatto, e’ cosi che si cresce.

Meglio – per tornare a Madonna – imparare a dire good-bye, che a dirla tutta, mi piace di piu’ in italiano: arrivederci. Ti da’ un po’ l’idea che non sia finita un’era (oggi mi piace essere un po’ melodrammatica), ma piuttosto e’ un po’ come quando qualcuno va in vacanza, o ha un grosso progetto al lavoro, o sta preparando un esame. Adesso sono impegnati, ma poi tornano. Sara’ un’illusione, ma aiuta. E poi va detto, queste persone che abbiamo incrociato e che sono state un riferimento per un po’ hanno avuto la loro parte in fare di te quella che sei. Per il resto ci sono Facebook, Gmail, Whatsapp e iMessage, bonta’ loro. Arrivederci, appunto. O quanto meno, a risentirci.

Ok, il post e’ malinconico e anche un po’ patetico. Ma c’e’ una morale della storia qui: vedere per caso uno stand del wine product preferito di qualcuno che hai salutato in passato, uscire e trovarsi quasi per caso a salutare qualcun altro, e decidere di ricominciare a scrivere il blog che avevi abbandonato dopo un paio di post, il tutto nell’arco di 12 ore, non e’ una buona idea (soprattutto se queste persone, che hai salutato e che hanno lasciato il segno, sono tornate dove una parte di te, in fondo, vorrebbe trovarsi). Se poi hai anche appena visto “Il Grande Gatsby”…

(e sono certa di avere lasciato la finestra in camera da letto aperta stamattina)

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Coffe Break

L.: “Beh, e’ un problema qui. I maschi a New York non sono maturi”

V.: “Ma questo e’ di Parigi”

L.: “Si, ma e’ a New York”

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“If you can make it there, you’ll make it anywhere”

Appunto. Piu’ facile a dirsi che a farsi. So di aver rotto le scatole a tutti all’inverosimile con questa menata di voler andare a New York, e quanto e’ incredibile New York, e come tutto e’ meglio a New York, e di come non possono esserci problemi se uno e’ a New York.

Be’, alla fine ci sono venuta veramente e, ovviamente, mi sbagliavo.

Adesso, pero’, mi lamento da New York. Che e’ molto meglio. Ad esempio, c’e’ stata l’ansia dell’esame di stato, un’esperienza che – grazie a qualche congiunzione astrale particolarmente favorevole, alla memoria fotografica, alla redbull, e ad una mania ossessivo-compulsiva di studiare allo sfinimento pur di non fare una figuraccia – non dovro’ ripetere. Poi c’e’ stata l’ansia del visto, questione andata sorprendentemente (quasi) liscia, se non contiamo un’andata e ritorno New York-Milano buttata per aver scoperto all’ultimo che sei in ostaggio degli USA mentre cambi visto (e per fortuna me ne sono accorta prima di prendere l’aereo e non dopo). C’e’ stata l’estenuante ricerca dell’appartamento: si, 20mq sono un appartamento a New York, e no, l’appartamento di Friends non esiste, a meno che hai il reddito dello zio Paperone, la fortuna del cugino Gastone, e un agente immobiliare uscito dal Padrino. (Per inciso, dopo vari tentativi ho trovato un appartamento decente alla fine, ma questa e’ un’altra storia). Ci sono stati l’uragano Irene con psicosi collettive e isteria di massa (e 4 rami rotti e l’asfalto un po’ bagnato il giorno dopo), il terremoto con 12 piani di scale a piedi e compagni di discesa che inneggiavano alla catastrofe e incitavanto “tutti al bunker” (nel bunker, mi dispiace, ma io non ci entro, grazie) e successivi 30 minuti in mezzo alla strada ad aspettare lo scampato pericolo (per fortuna cornicioni non ne sono caduti), nevicate a ottobre e temperature oltre i 100 gradi Fahrenheit in estate (no, non ho idea di quanti gradi centigradi siano, ma faceva caldo), metropolitane bloccate, colleghi singolari e morosi strani.

Ci sono state anche le cose belle pero’. E New York e’ sempre New York e, in fondo, it’s up to you, New York New York!

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